Brexit e economia UK: cosa è cambiato davvero (aggiornato al 2026)

Nel 2026 il verdetto è netto: la Brexit ha inciso sull’economia britannica come una tassa permanente. Non con un crollo improvviso, ma con attriti quotidiani che hanno eroso commercio, investimenti e produttività, anno dopo anno.

I numeri accumulati raccontano un impatto concreto su salari, imprese e finanze pubbliche. Da qui partiamo per vedere cosa è cambiato davvero nell’economia del Regno Unito.

Le stime OBR indicano che esportazioni e importazioni saranno circa il 15% più basse nel lungo periodo rispetto allo scenario “Remain”. Nuovi accordi commerciali extra-UE? Utili, ma con un impatto macroeconomico limitato e graduale .

Quanto è costata la Brexit finora? I numeri accumulati

Uno degli studi più completi pubblicati finora è il working paper del National Bureau of Economic Research (novembre 2025). Analizzando quasi dieci anni di dati, gli autori stimano che entro il 2025 la Brexit abbia ridotto il PIL britannico di tra il 6% e l’8%.

Gli effetti non sono stati uniformi:

  • Investimenti: –12% / –18%
  • Occupazione: –3% / –4%
  • Produttività: –3% / –4%

Il punto chiave è questo: gli effetti si sono accumulati lentamente. Le previsioni iniziali non erano sbagliate, erano ottimiste sul lungo periodo .

Sterlina, inflazione e potere d’acquisto

Il giorno dopo il referendum del 2016, la sterlina toccò il minimo degli ultimi 31 anni. Nel decennio successivo non è mai tornata stabilmente ai livelli pre-referendum.

Una valuta più debole ha aiutato alcune esportazioni, ma ha anche reso più care le importazioni, contribuendo alle pressioni inflazionistiche – soprattutto nel periodo 2021–2023.

Nel 2026, il consenso tra gli economisti britannici è che la Brexit abbia inciso negativamente sul reddito reale pro capite. Non in modo spettacolare, ma persistente: piccoli aumenti di costo, meno scelta, meno concorrenza.

Lavoro e immigrazione: il vuoto silenzioso

Uno degli effetti più tangibili è stato sul mercato del lavoro. Dopo il 2021, una quota significativa di lavoratori provenienti dall’UE ha lasciato il Regno Unito o ha scelto di non trasferirsi.

Il risultato non è stata una disoccupazione più bassa per i britannici, ma carenze strutturali in settori chiave: sanità, edilizia, logistica, ristorazione, agricoltura.

Commercio: l’UE resta centrale, anche dopo la Brexit

Un altro mito da sfatare: “il Regno Unito si è sganciato dall’Europa”. In realtà, nel 2026 l’UE resta il principale partner commerciale del Regno Unito per prossimità geografica, integrazione delle filiere e dimensione del mercato.

Il TCA evita i dazi generalizzati, ma non elimina i costi non tariffari. Ogni controllo doganale è tempo. Ogni certificazione è costo. E nel commercio moderno, margini e velocità contano.

Allora perché non “si vede” un disastro?

Perché la Brexit non ha distrutto l’economia britannica. L’ha ridimensionata.

Non ha creato un crollo improvviso, ma una traiettoria più bassa. Nel quotidiano questo si traduce in meno investimenti, salari che crescono più lentamente, finanze pubbliche più tese.

Ed è qui il paradosso finale: proprio perché l’effetto è graduale, è anche più difficile da invertire.

La vera eredità economica della Brexit

All’inizio, la Brexit prometteva controllo. Nel 2026, la lezione economica è diversa: le economie moderne non crollano per una scelta, ma cambiano lentamente forma.

Il Regno Unito resta una grande economia avanzata. Ma ogni anno, silenziosamente, la distanza tra ciò che è e ciò che avrebbe potuto essere si misura in punti percentuali.

E quelli, nel lungo periodo, fanno la differenza.

Articoli simili